LE RADICI DELLA PAURA

E’ arrivata la nuova, avvincente indagine dell’ispettore Pantaleo!

LE RADICI DELLA PAURA

Eccovene un assaggio…

Buona lettura a tutti!

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26 marzo 2011

Rientro dagli Usa

Il ritorno da Boston si rivelò lungo e sfibrante, assai più di quanto avessi immaginato poco prima d’imbarcarmi sull’aereo che mi avrebbe ricondotto con Lomonaco a casa. Neppure due ore dopo che il Boeing 767 dell’Alitalia aveva iniziato a sorvolare l’oceano Atlantico, mi ero convinto che l’unica maniera per ingannare efficacemente l’estenuante attesa del rientro sarebbe stata quella di dormire. O quanto meno, di provarci.

Ben presto però, ogni mio tentativo di consegnarmi tra le braccia di Morfeo era risultato inutile. In breve, avevo dovuto rassegnarmi all’idea di restare sveglio per tutto il resto del viaggio.

Non appena provavo a chiudere gli occhi rivedevo, come in un film senza fine, le agghiaccianti immagini dell’incubo a cui ero miracolosamente scampato la notte di due settimane prima. Avvertivo ancora a pelle i brividi e il terrore di quegli istanti, al punto che un senso di nausea mi era risalito dallo stomaco, sino a ingolfarmi naso e bocca. Temevo di dover vomitare da un momento all’altro. Più il Boeing si addentrava sulla piatta distesa oceanica, immerso nel buio e nel silenzio del cielo stellato, più il tempo sembrava rallentare. Lasciandomi l’amaro in bocca del non riuscire ad assaporare il piacere del nostro arrivo in Italia.

Nonostante mi ripetessi che fosse ormai tutto finito, ero certo che il ricordo di quella vicenda avrebbe perseguitato a lungo il mio inconscio. In più, mi sentivo terribilmente in colpa per quello che Nicola aveva dovuto subire a causa mia.

Ogni immagine dei momenti più difficili trascorsi a Boston sarebbe rimasta impressa nella mia memoria come un marchio a fuoco fattomi dal diavolo in persona. Nulla sarebbe mai stato dimenticato, ma anzi avrebbe rappresentato un monito costante capace di avvertirmi per tempo sino a dove, da quell’istante in avanti, avrei potuto e dovuto spingermi.

Il male non perdona. E quando non finisce il suo lavoro, ritorna sempre per concludere l’opera, ispettore mi disse una volta un pluriomicida che sbattei dietro le sbarre per aver ucciso prima la moglie, e poi, anni più tardi, i suoi due figli, sterminati insieme a tutte le loro famiglie.

Sebbene la drammatica vicenda negli States fosse ormai alle spalle, mie e di Lomonaco, avevo l’impressione che, in qualche modo, il peggio dovesse ancora venire. Come se i momenti più difficili della mia esistenza restassero nascosti tra le pieghe di un futuro oscuro. E buio. Assai più misterioso delle notti insonni trascorse in terra statunitense. Nei giorni in cui ero rimasto a casa di Henry, aspettando di poter partire per rientrare in Italia, avevo sentito crescere dentro di me, prima lentamente, poi con un’insolita e inspiegabile insistenza, l’irrequietezza nei confronti di una scelta definitiva, di cui forse avevo iniziato a prendere coscienza ben prima di decollare alla volta di Boston. Una scelta che avevo costantemente cercato di confondere in quel senso d’incompiutezza e istintivo disagio che ho sempre provato nello svegliarmi la mattina.

Si può dire, da che ho memoria.

Quando dopo quasi dieci ore di traversata l’aereo impostò finalmente la manovra di atterraggio verso l’aeroporto di Fiumicino, mi sentii più leggero. Come se il pesante macigno che mi aveva schiacciato l’animo nei giorni precedenti la partenza, si fosse d’improvviso dissolto. Restituendomi la lucidità necessaria ad affrontare il corso della nuova esistenza che, tra mille dubbi e incertezze, mi apprestavo a scegliere. Una vita non più fatta di omicidi, sangue, atrocità di ogni tipo e spietati serial killer con cui mi ero dovuto scontrare, e confrontare, dal giorno in cui ero passato alla squadra omicidi. Quello stesso stato d’animo di gradita leggerezza lo avvertii anche ore dopo, atterrando finalmente all’aeroporto di Bari Palese. Non sapevo che alcuni miei uomini della squadra mobile si erano dati appuntamento per festeggiare il rientro mio e di Lomonaco. Il quale, da che aveva appreso che fossi sul punto di cambiare le carte in tavola della mia vita, e quindi del mio rapporto con lui e con la Polizia tutta, si era zittito come uno che fosse stato appena operato alle corde vocali. Il massimo che era riuscito a chiedermi, nel corso della lunga traversata intercontinentale, era stato il permesso di andare in bagno perché gli scappava.

Capivo il suo stato d’animo, e mi rendevo conto di cosa significasse per lui trovarsi nella situazione in cui mi accingevo a metterlo, con la mia scelta, ma d’altra parte io ero il primo ad avvertire di non avere altra via d’uscita. Avevo raggiunto quello che ognuno di noi possiede, cioè il punto di saturazione, e ora non potevo più tornare indietro.

Quali che fossero state le conseguenze.

Quando uscendo dalle porte scorrevoli del Terminal mi ero accorto delle tre volanti, non avevo potuto fare a meno di avvertire una profonda fitta al petto. L’aria profumava di piante bagnate e la luce della luna si riverberava sui cofani delle auto di pattuglia come polvere di stelle. Inspirai profondamente e diedi un rapido sguardo intorno. L’aeroporto era quasi deserto, e i soli suoni che si riuscivano a udire provenivano dal vociare dei nostri colleghi esultanti. Il pezzo di mondo di cui facevo parte, e in cui ero cresciuto assai più che nel resto della mia vita, mi sarebbe appartenuto per sempre. Non sarei riuscito a metterlo da parte, da un giorno all’altro, né allora né mai.

Di fatto, ero di nuovo a casa. Sano e salvo.

E sì, non lo nascondo, anche non poco spaventato dalla fine che avevo rischiato di fare. Credo per la prima volta, davvero.

Immagino fu proprio la paura che mi portavo addosso come il peso degli anni trascorsi in polizia, a ridimensionare, e smorzare in parte, la gioia di rivedere gli uomini con i quali da anni collaboravo a stretto contatto. Mentre ci abbracciavamo come fossimo i giocatori di una squadra che aveva appena vinto lo scudetto, pensavo che un lungo periodo si era concluso, e uno nuovo era lì, in attesa, pronto per essere vissuto. Senza rimorsi, né rimpianti. Solo con una profonda amarezza per ciò che avrebbe potuto essere e, alla fine, non era stato. Che cosa fosse quel qualcosa lo avrei capito un po’ di tempo dopo. Lomonaco, dal canto suo, in quel frangente di euforia collettiva e festeggiamenti improvvisati, riuscì a far credere a tutti che il suo tono più dimesso fosse dovuto a quanto vissuto a Boston, piuttosto che al profondo dispiacere che le mie parole gli avevano arrecato all’indomani della fine della nostra avventura in terra statunitense. I primi giorni nella mia Bari trascorsero lenti e piatti, scanditi da una calma, a tratti irreale, e da un’alternanza di ricordi e riflessioni che, in alcuni momenti, stentavo a razionalizzare. D’improvviso la quotidianità era ritmata unicamente dalla costante e vivace presenza di Jack, il mio fedele e instancabile amico a quattro zampe.

Il solo in grado di sottrarmi alla consapevolezza di una scelta che si faceva, di ora in ora, sempre più vicina.

 

 

 

 

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